Arcobaleno di pace
Le vie di metallo si tingono d’oro
Resta nudo e spoglio l’amante del pianoro
Perisce una madre per sembrare ancor più bella
Per il suo figlio prodigo crudele con la sua ancella
Un arcobaleno si mimetizza con il mondo
La pace del silenzio come in un sonno profondo
Scivolano negli inferi lacrime di rugiada
Non fischia la tua voce non trafigge la tua spada
Ci avvolge come ovatta la tua placenta fitta
Il tuo liquido amniotico gocce di pioggia afflitta
Come una stella su uno specchio che riflette la sua luce
Fatta di pezze colorate che una solerte sarta già ricuce
Audrey H.
Furtiva scivolavi dietro le fronde di un antico sicomoro
Ladra di desideri labili di eleganti fasti borghesi
E bucavano le tenebre le tue iridi adamantine
Dentro cui Tiffany incideva le sue insegne lussuriose
Ma un Givenchy cucito sulla pelle con noblesse parigina
Scolpisce veneri nel marmo tra lascivia da pin-up
Ma la tua brama di mostrare aristocratiche virtù
Soccombe sotto la potenza di un sentimento edenico
E mi ha soggiogato a prima vista la linea del tuo profilo
Mentre spii da un segnalibro liso il mio patetico annaspare
E i tuoi occhi da bambina profondi come il mare
Ancora affrancano i miei pensieri da turbamenti anomici
E il mio Parnaso si fa di celluloide e di europea eleganza
E quei bulbi di tulipano sono vassoi di caviale
Una puerile innocenza si fa perenne inquadratura
Mentre senescente scivola ciò che è escluso dalla diegesi
Autunno
Ho sempre amato la dolcezza che sprigiona dal suono avvolgente
e soave
Di foglie imperlate di lacrime e cieli divelti dal temporale
Ho sempre amato l’odore acre del vapore che danza
sull’asfalto
E la quiete celeste di culle di nebbia dentro cui abbandonare
il mio volto stanco
Ho sempre amato l’opacità del mondo dietro
a vetri carichi di condensa
E la mente si raccoglie in posizione fetale e torna indietro
all’età dell’innocenza
Ho sempre amato il crepitio ipnotico del fuoco che tutto
trasforma in brace
E il caleidoscopico silenzio grigio che rifrange il mondo
in lamine di pace
Ma da quando la voragine dell’autunno
ti ha inghiottita
Richiudendosi
Sulla tua immagine sbiadita
Ma da quando il soffio frigido di ottobre
Ha soffocato il fuoco nei tuoi occhi
Ed ogni via era smarrita
Io non amo più i colori morti che il
sole pallido rende vividi
E la bruma che serpeggia tra cortecce umide e lenisce
il pulsare dei nostri lividi
Ho sempre amato l’aureo riverbero di foglie morte
su strade apatiche
E il contrasto demoniaco tra il nulla e i colori che imprime
movimento a figure statiche
E perdersi tra gli alberi ascoltando il silenzio e percepire
lenti i battiti del cuore
E osservare il mondo mentre si fa iride e cancella d’un
tratto tutto il suo livore
Baudelaire
Mi sento un po’ Baudelaire
Mentre arranco sulle scale
Per salire sopra un tram
Ed andare a lavorare
Io non ho il genio di Mozart
Né l’energia di Bach
Non ho la fantasia di Magritte nelle sue lucide trasposizioni
Ma mi sento un po’ Baudelaire
Ma forse ho solo un calo di serotonina
Sogno fleboclisi al braccio
Che mi iniettano coca ed aspirina
Sono emulo di Pindaro
Ma mi smarrisco nel mio dedalo
Ed imprigiono demoni tra puerile simbolismo e triadi banali
Salvami ti prego salvami
Dalla mediocrità incipiente del mio tempo
Con modulazioni di frequenze e cromatismi surreali
Salvami ti prego salvami
Dalla marea di banalità invadente
Mentre dispiego le ali sopra le vetrine di Amsterdam
E brucio cellule nervose dentro a un coffee shop
Mi sento un po’ Baudelaire
Con i nervi tesi sul leg extensor
Mentre espello col sudore
La mia ritenzione idrica e le tossine accumulate
Ma non faccio previsioni
Il mio futuro è carico di contraddizioni
Perso in labirinti semantici tra etimo incerto e questioni
di grammatica
Ma mi sento un po’ Renoir
Mentre imbratto di miserie il mio cervello
Flussi di pensieri
Migrano in sterili transumanze
Non ho le conoscenze tecniche di Crichton
Né l’ironia sottile di Pennac
Né il piglio narrativo di Stevenson nel fascino
dark della sua Inghilterra d’ottocento
Salvami ti prego salvami
Da ritornelli e weekend al mare
Voglio crescere in un crocevia di razze
Sotto l’imperioso sguardo della torre di Babele
Salvami ti prego salvami
Dalle fluttuazioni cicliche dei mercati
Donami cinico distacco e un pizzico di sale dentro al
cuore
Ma non farmi capire mai la verità
Boule de neige
Il cielo ha spento la sua luce
E i passi non risuonano
Sui selciati cerei delle strade
Pannelli di polistirolo
Imperturbabili stelle di ghiaccio
Tra i rami spogli si adagiano
E’ l’egida candida del mondo
Morto per rinascere
Un interno universo
Di infanzie rubate dal tempo
Coscienze adulterate dal fuggire degli anni
Ma è un pallido vello
Dentro boules de neige di crtistallo
Protegge dentro al suo bozzolo il mio sonno placido
Il cielo ha riacceso la sua luce
Su colline nivee
E il lento fruscio degli pneumatici
Sull’asfalto bagnato
E gli occhi si schiudono su cartoline di Natale
E i volti sabbiati in vecchie fotografie
Un intero universo
Di infanzie rubate dal tempo
Coscienze adulterate dal fuggire degli anni
Ma è un pallido vello
Dentro boules de neige di cristallo
Protegge dentro al suo bozzolo il mio sonno placido
Caterpillar
Saltuariamente ragiono per punti interrogativi
Su chi lastrica di retorica il proprio transito tra i vivi
E sfreccio col mio Caterpillar tra i cunicoli dell’io
Mentre cerco risposte certe nell’indistinto mormorio
Spiano cingoli sui cumuli delle verità assolute
Cancro inestirpabile delle civiltà evolute
E non riconosco più docenze delegittimate
Di passi falsi ho già un curriculum invidiabile
Potrei affidare le mie spoglie ad una sospensione
crionica
Per eludere le conseguenze di un’esplosione atomica
E addormentarmi nel mio feretro tra i fumi dell’oblio
Per svegliarmi bevendo ambrosia in uno status da semi-dio
Saltuariamente abuso di locuzioni avverbiali
E ricorro all’aposiopesi per dar corpo a dubbi esistenziali
E dirigo il mio schiacciasassi su idee incontrovertibili
Su giudizi preconcetti e sentenze inappellabili
Ma potrei affidare le mie spoglie ad una sospensione
crionica
Perché la brama dell’età dell’oro
si fa ansietà spasmodica
E mi crea pruriti allergici restare in questa società
Dove la conoscenza è a zero, ma a mille sta la
vanità
E potrei affidare le mie spoglie alla tassidermia
Perpetuando immagini perfette, evidenziarne l’alchimia
Per sviare le contaminazioni della mortalità
Recuperando armonie di milioni di anni fa
Cenere
Le pareti delle stanze vuote si riempiono di ragnatele
e di spifferi che fan tremare fiamme di candele
e arabeschi strani disegna tra i puliviscoli il sole
Non versare lacrime sul gelido parquet
se i tuoi grandi sogni li hai abbandonati dietro te
Hai certamente fatto le tue scelte seguendo il cuore
Ma la Fenice non rinasce se il suo fuoco si è già spento
e aspetta invano il soffio vivido del vento
che non riaccende braci estinte sulla pira funeraria
e sparge inerti le sue ceneri nell'aria
Diventare uomo sulle sponde di un ruscello
o non riuscire a crescere con troppe balle nel cervello
ed aspettar la manna come mosche stanche nel deserto
E' finito il tempo delle fiabe dentro a un inceneritore
fatto di odio e di esperienze, e laceranti palpiti d'amore
ma dov'è la mia musa? in battaglia si combatte soli
Ma chi ha osservato il fiume scorrere per tutta la sua vita
aspetta ancora che si chiuda la ferita
e la Fenice non rinasce se la sua fiamma più non brilla
e non ha forza per un'ultima scintilla
Più non cede alle lusinghe la mia eburnea armatura
né la mia nuova pelle si abbandona alla paura
Il sangue scorre gelido e freddo è il mio sguardo spento
cruisecontrol
E' difficile introdurre un corpo estraneo
evitando crisi di rigetto
Negli organismi emerge subitaneo
un disallineamento dell'assetto
Io vivo dentro a un universo autarchico
che rifiuta ogni ingerenza esterna
Lo guida un cruise control anarchico
e un intelletto ostinato lo governa
La coercizione ai resoconti è un fastidio inenarrabile
perché mi piace lasciar decidere ad un istinto irrefrenabile
e non so stare in pace nemmeno con me stesso
se nell'ordine imposto io non so trovare un nesso
E' difficile introdurre un corpo estraneo
e disarmonizzare l'equilibrio
senza che un corto circuito temporaneo
mi esponga al pubblico ludibrio
Io vivo dentro un'idiosincrasia
per le gerarchie militari
per chi decreta in completa autonomia
la scala dei miei valori prioritari
La coercizione all'obbedienza è un fastidio insopportabile
perché mi piace sentirmi libero dai detentori dello scibile
e so convivere dignitosamente coi miei sbagli
mi scrollerei di dosso i gioghi e strapperei i bavagli
E' difficile introdurre un corpo estraneo
sia esso amore, legge, dogma o immaginario
senza che un tremore simultaneo
renda il mio passo più precario
Fango sullo zerbino
Lontano segnale
Il clima elettrico che anticipa ogni temporale
Sul filo del rasoio
Inevitabilmente a volte ci si fa un po’ male
Le tue subdole elucubrazioni
Hanno saputo imprigionare anche le mie ragioni
E ora stingono i colori
Nella monotonia di isocrone rotazioni
Osservo inerte il passo lento di un isterico destino
Tu una zoccola infangata ed io il tuo zerbino
Un inutile spiffero
Il flebile afflato del nulla
Un inutile spiffero
Il flebile afflato del nulla
Cespuglio arido tra le ginestre in amplesso con la terra brulla
Scherzare col fuoco
Ad occhi ingenui può sembrare anche soltanto un gioco
Ogni minuto con te è stato uno sprecato
E il sedimento dei ricordi oggi vale poco
Facoltą di Irrilevanza Comparata
Discorsi pregni di significato, chiacchiere intrise di filosofia
Le origini oscure del genere umano, i meccanismi subdoli
dell’economia
L’autenticità dei vangeli apocrifi, il vuoto
pneumatico della politica
Le strette di mano o il lancio dei sassi, l’estetica,
l’etica, il dialogo, la prassi
Il desiderio di frasi fatue nell’apoteosi dell’inanità
La lana caprina, il sesso degli angeli, circonloquire
nell’aridità
Amo molto parlare di niente, è l’unica
cosa di cui so tutto
Ed è irrilevante identificare l’elegante
dal sordido, il bello dal brutto
Amo molto parlare di niente, mentre il mondo straborda
di finto sapere
Amo molto smarrirmi nel mio horror vacui e così
inutilmente impegnare le sere
L’uomo non sa fare due cose insieme, la donna è
precisa ma non sa guidare
Il pensiero ci fa migliori degli animali, i venefici influssi
delle congiunzioni astrali
Cercare valenze o spunti d’autore nei format magmatici
dell’omologazione
Nei quesiti amletici di chi soprassiede tra forma e sostanza,
tra storia oppure fede
Il desiderio di frasi fatue nell’apoteosi dell’inanità
Il nichilismo, l’immobilismo, il comodo antro della
banalità
Amo molto parlare di niente, è l’unica
cosa di cui so tutto
Ed è irrilevante identificare l’elegante
dal sordido, il bello dal brutto
Amo molto parlare di niente, mentre il mondo straborda
di finto sapere
Amo molto smarrirmi nel mio horror vacui e così
inutilmente impegnare le sere
Geometria analitica
Nella sfera dei sentimenti ci stanno inscritti più triangoli che cerchi
Ma non me la posso prendere col destino se faccio le pentole e non i coperchi
Sì lo so sono lontano da una forma perfetta
Non ho il ritmo partita che nel fiato difetta
Ma mi han detto che la vita comincia a trent’anni, che ho speranze concrete di rifarmi in fretta
Ma ai miei occhi troppo spesso traslucidi
Non si rivelano mai immagini nitide
E i traumi inespressi del nostro subconscio
Innescano meccanismi asincroni
E i suoni restano imprigionati
Alle pareti secche della gola
Una lepre che lotta contro mulini a vento
Chiusa dentro sistemi di prossimità
Sono più terrorizzato dai pranzi in famiglia
Che dall’insorgere dei problemi conflittuali della coppia
Son le orde di cugini alle prime comunioni
Più che l’ansia che deriva dalle mie prestazioni
Ma quello che mi rende furibondo sono sempre state le frazioni di secondo
La mia sfera ideale dei sentimenti e più una base e due cateti che un perimetro rotondo
Ma ai miei occhi troppo spesso traslucidi
Non si rivelano mai immagini nitide
E i traumi inespressi del nostro subconscio
Innescano meccanismi asincroni
E i suoni restano imprigionati
Alle pareti secche della gola
Una lepre che lotta contro mulini a vento
Chiusa dentro sistemi di prossimità
Gesti apotropaici
C’è chi si rifugia in un’isterica onicofagia
Braccato impietosamente dalla proprie crisi d’ansia
C’è chi si rifugia dietro alle sue pratiche
autoerotiche
E sviluppa tecniche con strabiliante fantasia
C’è chi si nasconde dietro a croniche ipocondrie
Lamentando stress ed abulica stanchezza
C’è che si ripara sotto il positivismo del
destino
Per fornire finti alibi alle sue insicurezze
Ho atteso che svanissero necessità congiunturali
Scacciando pioggia fertile con gesti apotropaici
Ho posto limiti invalicabili alle mie possibilità
Ed ora sto affogando dentro ad un bicchiere mezzo vuoto
C’è chi maschera con fluida ed impetuosa
logorrea
Paure inconfessate e vacuità di contenuti
C’è chi annega nelle acque torbide dell’iperattività
L’assordante frastuono dei propri pensieri
C’è chi fugge inutilmente ombre pesanti
da trascinare
Per non dissotterrare scheletri da un armadio di memorie
C’è chi si rifugia nelle sue manie tassonomiche
Ed appiccica etichette anche sopra il proprio specchio
Ho atteso che svanissero necessità congiunturali
Scacciando pioggia fertile con gesti apotropaici
Ho divelto reticolati attorno a tutte le mie proprietà
Ed ora sto per tuffarmi dentro ad un bicchiere mezzo pieno
Il gioco
Il gioco diventa realtà
Lo inizi passo passo sicuro dei mezzi
Poi arriva il quarto livello
Ma non ti coglie impreparato
Le prove sono ovunque
Fuori e dentro dal terreno della sfida
Come complici di avventura e brividi di emozione
Il gioco diventa realtà
Ma non cambiano le regole di partenza
Regole che trasformano l’incrocio
In un incredibile incontro
I passaggi restano naturali
E l’istinto fa da guida
Così si mantiene un’elettrica spontaneità
La bellezza insita nel gioco si nasconde dietro l’angolo
Azioni sicure dal successo certo che trasformano la tua vita
Stabilire un equilibrio interessante
Mutevole ma ridondante
Per creare ad ogni passo uno stimolo verso il giorno nuovo
Il gioco diventa realtà
Gli attori sono in ballo ma persiste la sincronia
Abbiamo buttato le carte e bevuto ogni liquido
La classifica ci sorride e con i tre punti in palio
In un attimo spariscono gli spettri della retrocessione
La bellezza insita nel gioco si nasconde dietro l’angolo
Azioni sicure dal successo certo che scacciano la noia
Stabilire un equilibrio interessante
Mutevole ma ridondante
Il gioco è bello ma se dura tanto
Ora che il giusto tempo è lo stesso per tutti i partecipanti
Il pop è palindromo
La pseudoindividualizzazione, la mercificazione dell'arte
La decostruzione delle sottoculture che diventa moda imperante
C'è una tendenza ai cloni da catena di montaggio
Per puntare sul sicuro e trarne il massimo vantaggio
Escludendo la novità, si elide il coraggio
Le conseguenze incancellabili della rivoluzione industriale
La tensione per la medietà che abrade ogni input seminale
E' l'apparenza più che la sostanza ciò che conta
E' il peso inerte, non la forza, che lascia l'impronta
La concentrazione sull'immagine e cavalcare l'onda
Invertendo l'ordine dei fattori il risultato non cambia
il POP è palindromo
La serialità della produzione e l'ingranaggio si ingrasssa
Attraverso la ricerca compulsiva del consenso di massa
Ha i caratteri sbiaditi da fotocopiatrice
E' ruggine che erode sotto un manto di vernice
Da sempre pronuncia la stessa frase ma si contraddice
Il vaso di Pandora
Bugie letali l’arma più diabolica
Per incatenare le idee al palo dell’entropia
E personali interpretazioni dell’etica
Una nave fantasma che solca i mari con la sua scia
E si perde solamente chi non è cresciuto sulla strada
Lontano dai rumori sporchi di periferia
Non ha mai lanciato pietre in una sua sorta di intifada
Cullato nella sua istituzionale apatia
Ma il suo dito non preme grilletti ed il suo cuore più non si innamora
Ma schiaccia tasti su telecomandi aprendo mille vasi di Pandora
E dalla scatola magica solamente scherno e menzogna
Di chi ti vende fumo mascherato da illusoria realtà
E falsi tentativi di logorroici topi di fogna
Di conciliare il potere con primordiale integrità
E dal balcone di marmo e queste immense folle di disperati
Si mischiano imminenti col messaggio issato in mezzo al brusio
E sono statue di gesso che vendono a prezzi scontati
Umane farneticazioni per parola di Dio
Ma il suo dito non preme grilletti ed il suo cuore più non si innamora
Ma schiaccia tasti su telecomandi aprendo mille vasi di Pandora
Chi si perde forse non è poi così disadattato
Ma forse ha solo gli occhi troppo pieni di luce blu
Ha il cuore anemico di sentimento e di corse sul prato
Tra sabbie mobili di elettroni che lo tirano giù
Indaco
Istanti d'eterno in cristalli di cielo
la vita si specchia in chiara sottigliezza
Mi ricongiungo all'antico infinito
Mia armatura e freddo furore
quieto rifulgere di sogno d'amore
L'indaco vibrante si dipinge dentro noi
Siamo esseri divini, divini e mortali
Il tempo esanime rimane solo ad osservare
il nostro fluire infine il nostro fluire infine
Le imperfezioni, vive soluzioni
cerchi geometrici, movenze lineari
Siamo artefici di destini incisi
Il vento nel sangue tratto lineare
sii fiamma nel fuoco del mondo elevato
Lacrime di sale
Raja ha solo undici anni ma conta già i calli sulle
dita
Sporca di sangue fili di lana ogni giorno della sua vita
Piega la schiena nell’aria umida che le morsica la
pelle
E manda il suo stipendio da fame alla vecchia madre e alle
tre sorelle
Per quindici ore senza respiro muove il telaio con le sue
angosce
Per pane rancido e mani putride che le accarezzano le cosce
Mentre di notte allarga il suo cuore a vecchi e squallidi
signori
Che la riempiono di frustrazioni inquinandone gli umori
Ana contempla le strade di Pristina dalla finestra di
una cantina
Mentre le pulsa la gamba amputata dall’esplosione
di una mina
Ora è da sola a mangiare la polvere alzata dai
passi dei soldati
Dalla coscienza che trasuda morte, donne, bambini, vecchi
o malati
Ma la sua colpa sta in un cognome, nella sua razza, nella
sua etnia
Perché i suoi avi vestiti di stracci un tempo mossero
dall’Albania
Su campi fertili e rigogliosi ha messo gli occhi un generale
E a lei rimane solo un sogno calpestato e lacrime di sale
Khalifa ha nugoli di mosche che gli danzano sul viso
Vive l’inferno da mortale per meritarsi il paradiso
La fame scava nel suo costato e lascia stigmate fatali
Mentre rotola tra stracci consunti ed escrementi di animali
Per il prestigio di grandi statisti che cercavan terre
di conquista
Sulle sue spalle generazioni di sfruttamento colonialista
Ed ora il sole gli brucia le labbra, il sale incendia
la sua gola
Oggi è soltanto una preda esangue intrappolata
tra le lame di una tagliola
Chissà se un giorno avrà la sua fionda che
spara proiettili d’argento
Per ricacciare dentro alle fogne la causa prima del suo
tormento
Oppure un cappio gli cingerà il collo come un fiore
reciso da una scure
Una caffettiera dentro alla tasca, ucciso dalle sue paure…
Misantropia
Assumere forme esteriori con assetto speculare
alla propria intima e consapevole morfologia
Che il sole illumini proiezioni ortogonali
o rifletta scampoli di amara misantropia
Colmare con otri di insofferenza miriadi di angoli bui
Osservare movenze inconsulte e vane parole
Che il sole riscaldi e risvegli savi dormienti
o rigetti l'inerzia nell'abominio letargico dell'apatia
Non sei interessata ai miei argomenti
non trai piacere dalla mia compagnia
e riempi i miei spazi coi tuoi sbuffi indolenti
mi vuoi ologramma della tua fantasia
Liberare emozioni ingabbiate dal comune senso del comportamento
per non soffocare lamenti e lacrime con opportunistica ambiguità
Esser costretti a far mercimonio della propria immagine
Ho un codice genetiico con le sue radicate proprietà
Misoginia
Mi soffoca il desiderio impetuoso
Di ardere le ultime sterpaglie
Con lingue di fuoco, parole taglienti
Come lame di rasoio
Un flebile alito, un approccio febbrile
Un vortice imponente sui tizzoni agonizzanti
Ma è l’asfissia causa di coatta estinzione
Per l’esplosione ignea
La disidratazione ha preso il sopravvento
Creando nuovi solchi, incrinature sismiche
Sulla mia campana di vetro
Ma non c’è altra via parallela a questa mia
Misoginia
E’ stato prima un ragno dal tentacolare abbraccio
A tenermi prigioniero tra le maglie intrecciate
Della sua ragnatela
E nel sogno un anello aureo di manetta costringente
Brilla al dito di una mano di un ergastolano libero
Di scegliersi la pena
E un onanismo cronico, il mio complesso edipico
Un cocktail psicologico di micidiale effetto
Va a far parte del mio status
Ma non c’è altra via parallela a questa mia
Misoginia
E nuovi orgasmi cosmici di bellezze uterine
Uniche brillanti stelle in questo perfido universo
Viste dal mio planetario
Perché non c’è altra via parallela a questa mia
Misoginia
Nervi
Questo impercettibile ruotare del mondo mi rende stanco
Non so riconoscere cause ed effetti dei miei malesseri
Addebitare responsabilità ad elementi esogeni
O cercare dentro di me le origini del mio disagio
La passiva accondiscendenza spesso conduce a debolezze
caratteriali
E bastano pochi decibel per surclassare personalità
indiscutibili
Lottare contro mostri inesistenti è un inutile
spreco di energia
Prendere coscienza dei propri meriti per mascherare ogni
anomalia
Anche oggi mi sembro un po’ scontroso
Pochi secondi e puoi considerarmi esploso
E’ colpa delle troppe sollecitazioni a cui il mondo
sottopone il mio sistema nervoso
Anche oggi mi sembro un po’ irritato
Non è il caso di farne una questione di stato
La responsabilità è forse di questo vento
o di una disfunzione congenita con cui sono nato
Questo impercettibile ruotare del mondo mi rende apatico
E finisco col trattare tutti con gesti di supponenza
Mentre profeti vaticinanti, saccenti ed inutili
Mi riempiono la testa di discorsi vuoti
E’ una questione di melanina se la mia pelle non
cambia colore
Nemmeno dopo ore di esposizione sotto i raggi implacabili
del sole
Non esistono sportelli dove sporgere reclami
Ma quello che ci affranca dalle copie conformi è
un difetto di fabbricazione
Anche oggi mi sembro un po’ scontroso
Pochi secondi e puoi considerarmi esploso
E’ colpa delle troppe sollecitazioni a cui il mondo
sottopone il mio sistema nervoso
Anche oggi mi sembro un po’ umorale
Sarà che non sopporto il modo ancestrale
Con cui gli ippopotami sanciscono la loro supremazia territoriale
Anche oggi mi sembro poco normale
Potrei dar la colpa ad un black out ormonale
Forse subisco di riflesso negativamente l’andamento
contrastante di ogni fase lunare
Occhi di smeraldo
Il sibilo aspro del vento sa di oppio e zucchero e navi che partono
Mentre occhi di smeraldo mi osservano attraverso un velo
Oggi il sole riflesso ha un ignoto colore
Perché pavido fugge il mio sguardo
Perché gli occhi sono fiamme che riducono in cenere con il maglio della ragione
Ogni battito di cuore che mi esplode nel petto ogni singola mia percezione
E ripiombo stranito tra frammenti di vita che non hanno ormai più il tuo profumo
Fili di seta lambiscono tenui sinuose spalle inviolate
Su cui riposano cullati da incantevoli nenie che portano aromi d’Africa
Ma lasciami annegare nei tuoi laghi d’argento che specchiano notti diafane
Un sorriso è un lampo che toglie il respiro, è un bagliore che crepa la tenebra
Il tuo splendido passo tra le crepe dell’asfalto ha il piglio di una mistica fiera
Che lancia nella notte sopra onde di petrolio il suo sguardo come luce del mattino
Io ti cerco nel metallico rullare della pioggia mentre appoggio la mia testa sul cuscino
Lungo linee impalpabili su pentagrammi sterili, surrogati e iconografie
Mentre fili di seta lambiscono tenui sinuose spalle inviolate
Su cui riposano cullati da incantevoli nenie che portano aromi d’Africa
Ma lasciami annegare nel tuo fiume impetuoso che travolge con un’anima nomade
E portami con te a perdermi nel mare, io mi lascerò trasportare
Onde armoniche
Onde armoniche su scale pentatoniche
Prendono forma di eteree sinusoidi
In orge di visioni oniriche e scuri anfratti
Rifugi per evasi
Cateteri di vetro spezzati in organi sessuali
Etnie semite intonano canti sacri
Purpuree cicatrici di frusta
Solcano brune epidermidi
Mentre chine al cielo vibrano le corde
Onde armoniche su scale cromatiche di visioni oniriche
Scuri anfratti, unici inespugnabili rifugi da questo temporale
Pace armata
Questa guerra si combatte dentro madide trincee
Dove ci si sporca solo la coscienza
C’è chi urla i suoi proclami e chi si atteggia
come eroe
E chi lotta per la sua sopravvivenza
Ma su deboli pilastri il mondo appoggia i suoi cliché
E ha le mura sprofondate nella sabbia
Sbraita bandi con parole di giustizia e libertà
Mentre piano costruisce la tua gabbia
Brandisce spade cruciformi e custodisce rami
d’ulivo nella fondina
Intanto ordina parate e punta verso il mondo la sua carabina
Perché Dio è un grande artista ma a volte
manca di ispirazione
E il suo braccio crea uomini potenti
Che propagandano sorrisi e intanto incendiano città
Ostentando investiture irriverenti
Ma chi ha un trono sotto il culo ed uno scettro nella
mano
Sta al sicuro nel suo comodo salotto
E al macello manda i buoi a difendere ideali
E legittima il suo cinico complotto
Brandisce spade cruciformi e custodisce rami
d’ulivo nella fondina
Intanto ordina parate e punta verso il mondo la sua carabina
Panta Kala
La dismorfofobia
Induce a ricercare percorsi alternativi
Quando nemmeno le traduzioni intersemiotiche
San dare voce a schemi cognitivi
E’ un Bartezzaghi con troppe caselle da riempire
Con scorie reflue di vittorie insignificanti
Lame sterili e poesia, il degrado fisico
Obnubilato da un’eternità da santi
La dismorfofobia
Nasce da concetti estetici che emanano il sapore della
sfida
E’ l’ossessione della gloria imperitura
Che ti fa padre, artista, milite o suicida
Su chi non lascia eredità d’affetti l’incubo
Della massa informe dei nonumnoi incombe
Non lo canterà una musa né articoli di giornale
Non avrà statue né epitaffi sulle tombe
Ma TUTTO E’ BELLO ciò che è
bello
E non è bello ciò che piace
Senza opere né progenie né atti degni il
tuo corpo è brace
Ma TUTTO E’ BELLO ciò che è bello
E non è bello ciò che piace
Senza opere né progenie né atti degni il
tuo futuro tace
La dismorfofobia
E’ produrre interpretanti con indelebili aperture
di diaframma
Perché è difficile sceglier le giuste combinazioni
Tra i paradigmi polisemici di un sintagma
Fermare il tempo con immagini di carne e polvere
Perché virtù non luce in disadorno ammanto
La dimensione finzionale della medialità
Non è un corretto parametro di riferimento
Ma TUTTO E’ BELLO ciò che è
bello
E non è bello ciò che piace
Senza opere né progenie né atti degni il
tuo corpo è brace
Ma TUTTO E’ BELLO ciò che è bello
E non è bello ciò che piace
Senza opere né progenie né atti degni il
tuo futuro tace
Pensieri cattivi
Talvolta ho in testa pensieri cattivi
Pervasi di un egoismo malsano
Sarei anche capace di chiudere gli occhi
E investire ogni cosa con furia veemente
Talvolta ho in testa pensieri contorti
E soverchierei ogni logica etica
Offuscherei ogni ragionamento
Con l’infido velo dell’indifferenza
Talvolta ho in testa pensieri incoerenti
E saldi principi diventano instabili
E la disgiunzione tra il corpo e la mente
Mi spinge ad azioni intollerabili
Ma sono solo messaggi bioelettrici tra le sinapsi interneuronali
Segnali veicolati da neuro peptidi trasmettitori
Niente di veramente mnestico
Talvolta ho in testa pensieri confusi
Da un irresolubile manicheismo
Ma perseguo indomito il mio equilibrio
Sganciandomi dai dogmi dominanti
Talvolta ho in testa pensieri corrotti
E le unghie graffiano pareti vitree
E la disgiunzione tra il corpo e la mente
Mi rende umano in ogni mio limite
Pioggia
Pace eterna racchiusa in una goccia
Potere che scava nella roccia
Lo spirito arido, il viso coperto
La rabbia nell’anima, il guerriero del deserto
La rabbia nell’anima, la polvere nella gola
Arsura e solitudine, un rapace che non vola
Cavalli bianchi che si inseguono tra le stelle
Un suono suadente mi penetra sotto la pelle
I miei occhi sussultano ai primi vagiti del cielo
Un fiume di quiete mi avvolge dentro al suo mistero
Poi melodie di ruggine antica
Un’onda che spazza via angoscia e fatica
Vampate di fuoco, si squarcia l’universo
Fiamme come guide per il mio spirito disperso
Quei colori come frecce ogni lacrima hanno ucciso
Quell’attimo di inferno mi ha donato il paradiso